Chi è padre Antoine Chevrier?
Originario di una delle tante famiglie giunte a Lione per lavorare nell’industria della seta, Antoine CHEVRIER nacque nel 1826, nel cuore della città. Fu ordinato sacerdote nel 1850 e inviato come vicario a Saint André, una parrocchia di recente creazione nel sobborgo di La Guillotière, dall’altra sponda del Rodano, dove viveva un’intera classe operaia industriale. Felice di questa nomina, si dedicò con generosità al suo ministero.
Il periodo che attraversa nel corso della sua vita è segnato da episodi di insurrezioni (i Canuts nel 1831), dalla caduta della monarchia (nel 1848) e dalla Comune di Lione (1870-71). È anche un periodo di ricostruzione della Chiesa in Francia, che vede nascere iniziative missionarie di vario genere: l’educazione dei bambini (le numerose Providences, i Maristi con M. Champanat), le missioni in terre lontane (Pauline Jaricot). Antoine CHEVRIER prende parte a questo slancio.
In quest’epoca turbolenta e in un quartiere situato proprio nel cuore degli avvenimenti, padre CHEVRIER si presenta come un uomo che non ha paura del popolo, anche quando è arrabbiato. È sempre profondamente commosso dalle loro sofferenze e dai loro «lati positivi». Crede negli uomini e nell’amore che Dio nutre per loro.
I poveri hanno diritto al Vangelo, a tutto il Vangelo
Ama così tanto i poveri e ama così tanto Cristo e il suo Vangelo che è costantemente animato dalla convinzione che « »I poveri hanno diritto al Vangelo, a tutto il Vangelo» . Ecco perché si impegna senza riserve per approfondire le molteplici ricchezze contenute nel Vangelo, per trasmetterle e renderle accessibili agli abitanti del quartiere di La Guillotière. Crede che i giovani, che hanno iniziato a lavorare già all’età di 8 anni nelle vetrerie, nelle fabbriche di smalto e in altri stabilimenti di Lione, e che a 12 o 15 anni non sanno leggere e non hanno mai frequentato il catechismo, sono capaci di provare una grande gioia nel conoscere Cristo. E ne dà prova con tutti coloro che in quel periodo passano dal Prado. Vuole formare apostoli poveri per i poveri e, in particolare, sacerdoti. È a questo che si dedicherà in povertà, accettando molte sofferenze e donandosi interamente, ogni giorno. Trae lo slancio necessario dalla contemplazione di Cristo, manifestazione dell’amore di Dio per gli uomini. Nel corso della sua vita, ne dedicherà una parte considerevole. È è proprio questo spirito che ha voluto trasmettere a la famiglia del Prado. Ed è per questo che sacerdoti, suore e laici si impegnano nella famiglia del Prado, ancora oggi, in ben una cinquantina di paesi, in mezzo ai poveri del mondo del 2000 e alle turbolenze che li sconvolgono.
Il Prado: da sala da ballo a progetto pastorale dal padre Gilles VADON, sacerdote della diocesi di Lione – Membro della famiglia del Prado.
Una vita spirituale
Padre Antoine Chevrier non ha mai smesso di trasmettere agli altri il suo desiderio di far conoscere Gesù Cristo ai poveri. Perché?
Preso da Cristo
Nella notte di Natale del 1856, accade un evento che segnerà la sua vita in modo definitivo. Lui lo definisce la sua conversione: mentre medita a lungo sull’evento di Betlemme, si sente fortemente chiamato a « »per seguire Cristo più da vicino e operare con maggiore efficacia per la salvezza degli uomini» come dirà lui stesso ad alcuni testimoni. È una luce e una chiamata di Dio che rimarranno presenti nella sua vita fino agli ultimi istanti. Contemplando la nascita umana del Figlio di Dio nella povertà, egli scopre che non basta amare appassionatamente gli uomini e cercare di alleviare la loro miseria. Se vuole evangelizzarli, dovrà mettersi in ascolto di Cristo e fare come ha fatto Lui: condividere la vita dei poveri e diventare povero come loro.
Racconto della sua conversione, Natale 1856
« È a Saint-André che è nato il Prado. È meditando, la notte di Natale, sulla povertà di Nostro Signore e sul suo abbassarsi tra gli uomini che ho deciso di lasciare tutto e di vivere nel modo più povero possibile » (P 2, p. 7). « »È stato il mistero dell’Incarnazione a convertirmi« (P 2, p. 97). »È stato questo mistero a spingermi a chiedere a Dio la povertà e l’umiltà e a farmi abbandonare il ministero per praticare la santa povertà di Nostro Signore« (Lettera, 1865). «La mia vita era ormai stabilita » (P 1, p. 47). « Mi dicevo: «Il Figlio di Dio è disceso sulla terra per salvare gli uomini e convertire i peccatori. Eppure, cosa vediamo? Quanti peccatori ci sono nel mondo! Gli uomini continuano a condannarsi. Allora ho deciso di seguire più da vicino Nostro Signore Gesù Cristo, per rendermi più capace di lavorare efficacemente alla salvezza delle anime, e il mio desiderio è che anche voi seguiate da vicino Nostro Signore » (P 2, p. 98).
Discepolo e apostolo di Gesù
«Che bello è Gesù Cristo!»
Nonostante la sua vita molto impegnata, riusciva a dedicare molto tempo allo studio del Vangelo per contemplare Gesù Cristo, cercarne lo spirito e seguirlo da vicino come vero discepolo. Aveva particolarmente a cuore di comprendere e imitare la sua povertà e il suo amore per i poveri.
L’originale pedagogia di padre Chevrier si basava sull’attrazione per Gesù Cristo, la sua bellezza e la sua grandezza. Poiché « Conoscere Gesù Cristo è tutto », non esitava a elencare, basandosi sui Vangeli e su San Paolo, i motivi per cui il discepolo dovrebbe preferirlo agli «altri».
Poi chiedeva: « Tutto questo è molto bello, ma lo capiscono tutti? »
Risposta: « Ci vuole una grazia speciale per capirlo »
Nuova domanda: « Sentite nascere questa grazia dentro di voi? »
E conclude: « Se sentiamo dentro di noi quel soffio divino, se intravediamo una piccola luce, se ci sentiamo anche solo un po’ attratti da Gesù Cristo, ah! coltiviamo questa attrazione, facciamola crescere attraverso la preghiera, la meditazione, lo studio, »affinché cresca e porti frutto.»
La formazione dei discepoli
Poi cercava instancabilmente il modo stesso in cui Nostro Signore si era «occupato della formazione interiore dei suoi apostoli»: «Li istruiva senza sosta, li rimproverava in ogni momento, li metteva alla prova in ogni cosa, li formava a tutto. » È proprio nel primo collegio apostolico, allora in fase di formazione, che Chevrier andò quindi a cercare il suo famoso «metodo per formare le persone e donare loro la vita interiore»: Istruire, riprendere e mettere in pratica, far fare, »ecco la vita, la linfa vitale e il modo per trasmetterla…».
Frequentare il catechismo
Ha sistematizzato questo «metodo» in una delle sue famose trilogie, stabilendo così il « scopo di ogni istruzione e del catechismo » : « Si tratta di fare luce l'intelligenza attraverso la conoscenza, raggiungere il cuore attraverso l'amore e determinare la volontà ad agire. La fede, l’amore e l’azione, »ecco i tre effetti che bisogna cercare di ottenere in ogni insegnamento.» (Padre Chevrier VD, 118-119; 222, 451).
Si percepisce che la sua pedagogia trae origine dallo studio di Gesù Cristo nel Vangelo. Nel suo desiderio di far conoscere Gesù Cristo ai più piccoli, padre Chevrier incoraggerà i giovani uomini e donne che si uniscono a lui a «fare il suo catechismo»: studiare il Vangelo permette di conoscere meglio Gesù Cristo, i suoi pensieri, le sue azioni, per farli entrare nella vita del catechista e diventare capaci di trasmetterli con le parole e con il proprio comportamento.
Sacerdoti poveri per i poveri
Cerca di circondarsi di sacerdoti disposti a vivere in povertà in mezzo a questi poveri, per far loro conoscere il Vangelo con parole accessibili e atteggiamenti autentici. Ma incontra molte difficoltà: alcuni sacerdoti non ottengono l’autorizzazione a venire, altri non riescono ad adattarsi. Così decide di formare personalmente i giovani in vista del sacerdozio.
Nel 1865 Comincia a riunire al Prado alcuni giovani per impartire loro una formazione scolastica e apostolica in mezzo ai ragazzini del Prado. Se desiderano proseguire, li manda al seminario diocesano, dove continuerà a seguirli, scrivendo loro spesso e andando a trovarli. Li invita a trascorrere le vacanze al Prado, affinché non acquisiscano le abitudini dei «sacerdoti borghesi». Vuole riportarli a contatto con il mondo popolare e permettere loro di approfondire la scoperta di Cristo e del Vangelo nella vita.
«Dobbiamo formare tra di noi una vera e propria famiglia spirituale», Per saperne di più.
In questo lavoro coinvolge anche giovani operaie o collaboratrici domestiche. A quelle che si dimostrano adatte a questa missione, offre una formazione secondo il Vangelo e propone una vita consacrata a Cristo e ai poveri. Una di loro, Marie Boisson divenne così la prima Suora del Prado. Tra i giovani che saranno suoi collaboratori, alcuni rimarranno laici, altri entreranno nella comunità delle suore del Prado e, dei quattro seminaristi che padre Chevrier avrà formato, due rimarranno al suo fianco fino alla sua morte. Nonostante le difficoltà, egli afferma:
« E i legami di questa famiglia spirituale sono più intimi e più forti di quelli che esistono nelle famiglie terrene… Quando due anime, illuminate dallo Spirito Santo, ascoltano la Parola di Dio e la comprendono, in queste due anime si forma un’unione spirituale molto intima, di cui Dio è il principio e il fulcro. Questo è il vero legame della religione, il vero legame dell’anima e del cuore » (VD 151).
Il quadro di Saint Fons
Per questo gli piace rifugiarsi nella tranquillità di una modesta casetta a Saint-Fons, a pochi chilometri a sud di Lione, per «mettere olio nella lampada», come scrive lui stesso!
Padre Chevrier ha scritto moltissimo. Circa 20.000 pagine… Qui: il più originale di tutti i manoscritti di padre Chevrier. Si tratta di un manoscritto a grandezza naturale, davvero unico nel suo genere!
In quella piccola casetta di campagna, che il sindaco di St Fons (il signor Motard) aveva messo a sua disposizione, padre Chevrier si recava regolarmente per ritirarsi e «riempire la sua lampada di olio».
Poi ha iniziato a «dipingere» quelle pareti nell'agosto del 1866, sotto gli occhi di 12 giovani che intendevano diventare sacerdoti e che egli aveva portato lì per tenere loro un ritiro spirituale: si può dire che sia l'atto ecclesiale costitutivo dell'associazione dei sacerdoti del Prado e della formazione dei «sacerdoti secondo il Vangelo» avviata da Antoine Chevrier.
Alla fine è « »il riassunto" di tutta la sua spiritualità (va dritto al sodo e soprattutto ai conseguenze esistenziali della sua spiritualità: padre Chevrier è un uomo spirituale e concreto!
Un testo di Philippe Brunel.
In realtà, padre Chevrier parla molto spesso di « »queste tre stazioni» nei suoi scritti o nelle sue lettere, comprese quelle indirizzate ai laici. (cfr. il lavoro di suor Marylène, che ritrova questo trittico nelle Lettere e negli scritti di Antoine Chevrier). Del resto, aveva già presentato, per iscritto, praticamente lo stesso trittico ai giovani uomini e alle giovani donne che intendevano consacrare tutta la loro vita diventando frati o suore, sulla scia di padre Chevrier.
In molti dei suoi scritti, Antoine Chevrier dice a tutti che queste tre stazioni devono diventare, in un certo senso, come i tre «stigmi» che devono segnare tutta la loro vita, per «seguire Gesù Cristo più da vicino». Non si tratta di un’idea del tutto originale: questo trittico presepe/croce/tabernacolo è piuttosto tradizionale nella Chiesa.
Tuttavia, il quadro di St Fons offre una ricchezza particolare. Infatti, nei suoi scritti, padre Chevrier parla di queste tre tappe seguendo spesso un ordine lineare: presepe – croce – tabernacolo (o carità).
Questo è tutt’altro che irrilevante: padre Chevrier sottolinea quindi che lo scopo, la finalità, che è la carità eucaristica. Parla del «grado più elevato» in riferimento al tabernacolo/carità/ostia: « diventare del buon pane ». Pertanto, le altre due stazioni, ovvero il presepe (= la povertà) e la croce (= morire a se stessi), sono in un certo senso i sentieri che Gesù Cristo ha percorso e che vuole offrirci come esempio, per accedere noi stessi a una «vita eucaristica» totalmente donata.
Eppure il vero fascino del quadro di St Fons sta proprio nel presentarsi come un «trittico in 3D», il che lo rende molto più dinamico e vivo… Infatti, siamo in un certo senso «integrati fisicamente» nel quadro di St Fons. È un po’ come una scena in cui siamo invitati a entrare noi stessi. Non ci troviamo più all’esterno, come di fronte a un foglio o a una lezione teorica che ci presenta le tre stazioni in ordine lineare: presepe – croce – tabernacolo.
In questo caso, il «quadro» di St Fons non è quindi un semplice quadro, ma è davvero «uno spazio», in volume. In questo spazio, padre Chevrier ha concretamente messo in scena tre simboli fisici:
- una mangiatoia in cui ha adagiato un bellissimo Bambino Gesù sulla paglia;
- un bel crocifisso che ha appeso al centro dell’altra parete, proprio di fronte al presepe.
- al centro, la porta stretta una porta aperta, di fronte a noi, che dà accesso al piccolo oratorio, dove si trova il tabernacolo.
Questo spazio è, in definitiva, la profondità e lo spazio della vita di un vero discepolo, della vita cristiana, della vita di un sacerdote secondo il Vangelo. Perché qui ci si trova personalmente e fisicamente al centro, all’interno di un insieme costituito da questi tre pannelli che comunicano e dialogano tra loro. E questo cambia tutto!
Idealmente, direi che il dipinto di St Fons non è fatto per essere semplicemente guardato e «analizzato»; è fatto per essere «attraversato», cioè messo in relazione con la nostra stessa esistenza, «vissuto». Anche se si possono dedicare lunghi momenti di meditazione davanti a questo trittico, non si tratta di restare seduti davanti al quadro. Si tratta di abitarlo, di attraversarlo, muovendosi tra il presepe e la croce, fino a varcare la porta stretta della carità. L’obiettivo è chiaramente quello di arrivare al tabernacolo dell’amore totale di Cristo, che continua a donarsi insieme a noi agli uomini.
Ci troviamo quindi, fisicamente e spiritualmente, al centro delle tre stazioni. E secondo me, ciò che dà movimento all’insieme è proprio ciò che ci si impone per primo, ciò che ci sta di fronte; è la porta stretta della carità! In realtà, è lei che in un certo senso ci chiama ad attraversarla; è lei a metterci in movimento, poiché il tabernacolo non è visibile, essendo situato in una stanza sul retro (un po’ come nei santuari orientali, che si trovano dietro l’iconostasi): per accedervi, bisogna incamminarsi tra il presepe e la croce…
A mio avviso, per cogliere il significato profondo di questo trittico di Prado, bisogna quindi iniziare a considerare il pannello centrale della carità, ovvero attraverso la parola «dare». Infatti, se osserviamo attentamente l’insieme del quadro, vediamo che è interamente organizzato attorno a questo verbo «DONARE»: lo ritroviamo scritto da Antoine Chevrier per cinque volte (di cui tre nel pannello centrale).
Inoltre, la citazione « UN ESEMPIO PER VOI » compare su tutti e tre i lati del quadro: « Questo è un esempio che vi ho dato » !
«Avere lo Spirito di Dio è tutto!»
« Lo Spirito di Dio è unico: è lo stesso ovunque; sulla terra è ciò che è nella Santissima Trinità: opera allo stesso modo e la sua azione consiste sempre nell’unire le anime a Dio, così come nella Trinità unisce le tre persone divine per farne un unico Dio.
Lo Spirito Santo è sulla terra: agisce nelle anime e le conduce a Dio; le anima, le santifica, le eleva e infonde in tutte le stesse aspirazioni di amore, fede e carità, nella misura in cui ne sono capaci, per unirle intimamente a Dio, attraverso di Lui e il Figlio divino. » (1)
(1) Antoine Chevrier, Manoscritto «Preparazione all’Incarnazione», 1871 o 1872 – Testo integrale in Y. Musset, Il Cristo di padre Chevrier, Parigi, Desclée, 2000, pp. 54-57
Vedi anche
Opere:
- Il sacerdote secondo il Vangelo o il vero discepolo di Nostro Signore Gesù Cristo, Prado Editions Librairie, Lione, 1968, 558 pagine.
- Lettere, Prado, 1987, 463 pagine.
Fonti:
- Manoscritti di padre Chevrier conservati presso il Centro Spirituale del Prado, 2054 chemin de Saint-André, 69760 Limonest;
- Testimonianze raccolte tra il 1897 e il 1901 in occasione del processo di beatificazione e conservate a Limonest;
- J.M. Villefranche, Vita di padre Chevrier, fondatore della Provvidenza del Prado a Lione, Vitte, Lione, 1894, 380 pp.;
- Claude Chambost, *Vita nuova del Venerabile Padre Chevrier, fondatore della Provvidenza del Prado*, Vitte, Lione, 1920, 620 pp.;
- Henriette Waltz, Un povero tra noi, Cerf, Parigi, 1947, 324 pp. (nuova edizione a cura di Cerf nel 1986);
- Jean-François Six, Un prete, Antoine Chevrier, fondatore del Prado, Seuil, Parigi, 1965, 537 pp.; A
- Antoine Chevrier, Scritti spirituali scelti e presentati da Yves Musset, Cerf, Parigi, 1986, 118 p.;
- Yves Musset, Storia della famiglia di Antoine Chevrier, fondatore del Prado, Prado, 1989, 219 pagine;
- Yves Musset, La genesi del “Vero Discepolo” di Padre Chevrier, Prado, 1997, 3 volumi (260, 342 e 342 pagine).
La beatificazione di padre Chevrier nel 1986
A tutti voi, sacerdoti, fratelli, sorelle e laici del Prado, nonché a tutti coloro ai quali siete inviati.
A tutte le persone che oggi vivono nel quartiere della Guillotière, impartisco la mia affettuosa Benedizione Apostolica. Una novena è stata redatta ispirandosi a padre Chevrier, beatificato nel 1986 da papa Giovanni Paolo II. Leggi la Novena di Antoine Chevrier
Un bollettino Viene pubblicata una rivista trimestrale per promuovere la canonizzazione del Beato Antoine Chevrier. Non esitate a leggere e a condividere queste cronache pradosiane:
- Luglio-settembre 2018 – Bollettino n. 1.
- Ottobre-dicembre 2018, Bollettino n. 2.
- Gennaio-marzo 2019, Bollettino n. 3.
- Aprile-giugno 2019, Bollettino n. 4.
Ottobre-dicembre 2019, Bollettino n. 5.
Il Beato Antoine Chevrier, un sacerdote secondo il Vangelo
«Che bello è Gesù Cristo!»
Padre Chevrier esprime tutta la sua ammirazione e la sua gioia davanti a Colui che contempla e, nel farlo contemplare, osserva il cardinale Garonne in una prefazione ripresa per la nuova edizione del libro del fondatore del Prado: *Il sacerdote secondo il Vangelo o il vero discepolo di Nostro Signore Gesù Cristo*.
« Com’è bello quest’uomo di Dio » diceva ancora il Beato Antonio Chevrier, parlando del sacerdote « secondo Gesù Cristo ». Da Roma, dove sta ultimando la preparazione all’ordinazione dei suoi primi quattro diaconi, invia loro questo biglietto: « Sarete grandi quando sarete sacerdoti, ma dovrete essere piccoli allo stesso tempo per essere veramente dei nuovi Gesù Cristo sulla terra… Com’è bello, ma com’è difficile. Solo lo Spirito Santo può farci comprendere tutto questo ».
«Evangelizzare i poveri: questa era la grande missione di Gesù Cristo sulla terra». È quindi, per padre Chevrier, quella dei «nuovi apostoli nel mondo» che egli desidera tanto donare alla Chiesa. Partire dai poveri, i primi destinatari della Buona Novella, significa essere certi di non dimenticare nessuno.
Preparati
La vita di padre Chevrier porta l’impronta del mondo che lo ha plasmato. Antoine nacque il 16 aprile 1826 in una famiglia modesta, nel cuore della città di Lione. Suo padre era impiegato presso l’ufficio delle imposte. Sua madre era artigiana nel settore della seteria. Originaria del Delfinato, dimostrerà sempre un temperamento energico. Le fu difficile lasciare che suo figlio partisse per il seminario, sperando per lui in un futuro migliore. Fu un vicario della sua parrocchia a proporre ad Antoine Chevrier di diventare sacerdote, cosa che egli accettò di buon grado. Dopo la scuola clericale parrocchiale, nel 1846 entra nel seminario maggiore di Sant’Ireneo a Lione. Ha 20 anni. Verrà ordinato sacerdote il 25 maggio 1850. Era troppo giovane per avere un ricordo vivido delle due rivolte dei Canuts del 1831 e del 1834. Sarà invece testimone degli eventi della rivoluzione del 1848. Un gruppo chiamato «Les Voraces» occupò addirittura il seminario maggiore.
Al termine del seminario, i suoi appunti personali rivelano il suo desiderio di diventare un buon sacerdote «che sappia mettere tutto al servizio del Vangelo». «Perché», prosegue, «c’è del bene da compiere ovunque io mi trovi, e per quanto cattivi e malvagi possano essere gli uomini che dovrò guidare, sono tutti chiamati alla salvezza».
Inizi
Ordinato sacerdote da tre giorni, l’abate Chevrier attraversa il Rodano per raggiungere la parrocchia di Saint-André de la Guillotière, fondata di recente. La popolazione cresce molto rapidamente, proveniente dalla campagna e dalle province circostanti, e si accalca in
case di mattoni tra le fabbriche e le officine. Le industrie metallurgiche, tessili e chimiche sono in pieno sviluppo. Le prime linee ferroviarie partono da Lione. Villaggio del Delfinato con 7.000 abitanti nel 1815, questo sobborgo della Guillotière ne conterà più di 40.000 al momento della sua annessione alla città di Lione nel 1852. Nel 1856, tale numero si sarà nuovamente raddoppiato. Il giovane vicario si trova al centro dell’espansione industriale e dei suoi molteplici problemi. Si dedica anima e corpo al suo ministero, al punto da ammalarsi. Scopre la miseria materiale e morale degli operai e soffre molto per la distanza che lo separa dal popolo. Nel dicembre 1855 è costretto a riposarsi per quattro mesi, prima di tornare a Saint-André.
Un anno decisivo
Il 31 maggio 1856 il quartiere viene inondato dallo straripamento del Rodano. Il clero della parrocchia è in prima linea tra i soccorritori. L’abate Chevrier partecipa molto attivamente alle operazioni di soccorso. La sua reputazione di dedizione cresce. Si rende conto ancora più chiaramente della portata della miseria che affligge il popolo. Gli eventi lo mettono a contatto con la vita delle famiglie del quartiere, con le abitazioni insalubri, con le giornate di lavoro interminabili, anche la domenica. Se la fede in Dio caratterizza la mentalità della gente, è soprattutto l«»ignoranza« religiosa a scandalizzarlo, più ancora della frequente ostilità verso i sacerdoti e la Chiesa. Per loro, i sacerdoti appartengono a un altro mondo. Soffre nel vedere che il suo ministero porta pochi frutti. Eppure è molto impegnato. Il suo parroco gli permette di celebrare la maggior parte dei battesimi, dei matrimoni e dei funerali. Si oppone invece alle riunioni di un gruppo di giovani che l’abate Chevrier ha radunato per farne degli »apostoli».
Probabilmente nello stesso anno, il 1856, nel mese di giugno, incontra Camille Rambaud. Questo giovane borghese di Lione si era messo al servizio dei poveri, vivendo come loro e in mezzo a loro. Costruì «la Cité de l’Enfant Jésus», una sorta di insediamento di emergenza. Antoine Chevrier rimase profondamente colpito dalla visita e, al suo ritorno in canonica, disse: «Ho visto Giovanni Battista nel deserto!»
La notte di Natale del 1856, medita davanti al presepe. «Il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi». Quel 25 dicembre è nato qualcosa, un evento del tutto interiore che egli definisce la sua conversione.
È sacerdote da sei anni, svolge un normale ministero parrocchiale ed è molto apprezzato dai fedeli. Eppure, secondo quanto riferiscono coloro che hanno ricevuto direttamente le sue confidenze, dirà: «È il mistero dell’Incarnazione che mi ha convertito… Mi dicevo: il Figlio di Dio è disceso sulla terra per salvare gli uomini e convertire i peccatori. Eppure, cosa vediamo? Quanti peccatori ci sono nel mondo! Gli uomini continuano a dannarsi. Allora ho deciso di seguire più da vicino Nostro Signore Gesù Cristo per rendermi più capace di lavorare efficacemente alla salvezza delle anime». Poi prosegue con l’intuizione di un fondatore: «E il mio desiderio è che anche voi seguiate da vicino Nostro Signore».
Qualcosa ebbe quindi inizio nel Natale del 1856. Antoine Chevrier concepì il progetto di vivere da sacerdote secondo il Vangelo per rispondere alle immense necessità apostoliche che vedeva intorno a sé. «È a Saint-André che è nato il Prado», dirà.
Diffusione del carisma
In realtà Antoine Chevrier attraversò ancora quattro anni di tentativi e tentativi. Risoluto ma prudente, chiese consiglio a diverse persone. Già nel 1857 andò a consultare il parroco di Ars. I due uomini si stimavano a vicenda. L’abate Chevrier riconosceva in Jean-Marie Vianney un fratello maggiore che realizzava a modo suo ciò che lui stesso si sentiva chiamato a fare. Lo avrebbe fatto in modo diverso, poiché non appartenevano alla stessa generazione. E la situazione di un vicario di un quartiere popolare, nel cuore del nascente mondo industriale e tecnologico, non è quella di un parroco di paese. Nel mese di agosto, lascia il ministero parrocchiale per diventare cappellano della «Maison de l’Enfant Jésus», fondata da Camille Rambaud per i bambini affetti da malattie incurabili, nonché della «Cité» omonima, un’opera sociale di alloggi per gli operai. Catechizza i bambini con l’aiuto di alcuni laici, tra cui Marie Boisson, una giovane operaia della seta, che diventerà la prima responsabile delle suore del Prado. Padre Chevrier e i suoi compagni capiranno abbastanza presto che la situazione non è sostenibile, poiché il progetto di Camille Rambaud e il loro sono troppo diversi.
La sua priorità è «un ministero interamente spirituale». I suoi tre giovani compagni sono determinati a dedicarsi principalmente, come lui, alla catechesi dei bambini poveri: Marie ha 22 anni; Pierre Louat, impiegato presso uno studio notarile, ne ha 27 e Amélie Visignat, di 22 anni, è entrata alla Cité per insegnare il catechismo alle ragazze. Con grande sorpresa di padre Chevrier, Marie non esiterà, per garantire la realizzazione di questo progetto, a consultare il cardinale de Bonald, che la accolse molto bene e incoraggiò il suo approccio semplice e risoluto.
Alla fine dello stesso anno 1857, colui che si era ormai preso l’abitudine di chiamare Padre Chevrier partecipò a un ritiro spirituale, al termine del quale prese una risoluzione che esprimeva il senso del suo sacerdozio: « Studiare Gesù nella sua vita terrena, nella sua vita eucaristica sarà il mio unico studio. Imitare Gesù, ecco quindi il mio unico scopo, il fine di tutti i miei pensieri e delle mie azioni, l’oggetto di tutti i miei voti e desideri. Senza questo, non sarò mai un buon sacerdote e non opererò mai efficacemente per la salvezza delle anime. Studiare Gesù, ecco tutto il mio studio». Lasciò oltre 20.000 pagine manoscritte del suo «studio di Nostro Signore Gesù Cristo», elaborate con assiduità nella preghiera e con il triplice scopo di progredire egli stesso in una vita da vero discepolo, di fornire un nutrimento solido e semplice per «insegnare il catechismo» e di formare apostoli al servizio evangelico dei poveri.
L'opera della prima comunione
Alla fine del 1859, padre Chevrier lasciò la Cité Rambaud. Nel quartiere della Guillotière, gli capitava talvolta di passare davanti a una sala da ballo malfamata chiamata «Le Prado». Ogni volta chiedeva a Dio di concedergliela. Un giorno del 1860, la sala viene messa «in affitto o in vendita». Grazie all’aiuto di due confratelli, padre Chevrier ne paga l’affitto; un imprenditore protestante si offre di inviare degli operai per sistemare i locali. La sala era immensa: mille persone potevano ballarvi comodamente. Padre Chevrier fece innanzitutto allestire, al centro, la Cappella; su entrambi i lati vengono allestiti degli alloggi per ospitare adolescenti poveri e ignoranti, che accoglierà, per periodi di sei mesi, al fine di infondere loro «il senso della loro grandezza», condurli alla prima comunione e fornire loro un minimo di istruzione. Padre Chevrier prende possesso dei locali il 10 dicembre 1860. Viene fondato il Prado. Suor Marie assume la responsabilità delle ragazze. Intorno alla Pasqua del 1861, il Prado ospita dieci ragazze e quindici ragazzi. Qualche anno più tardi, la casa dovrà sfamare più di duecento persone. Padre Chevrier arriverà persino a mendicare nei giorni in cui il pane viene a mancare; non ha mai voluto che ai bambini venisse assegnato del lavoro sul posto, come era consuetudine all’epoca. Il poco tempo che trascorrevano al Prado era troppo prezioso ai suoi occhi perché venisse sottratto alla scoperta dei «loro doveri di uomini e di cristiani».
«Le esigenze dell’epoca e della Chiesa»
Nel 1865, padre Chevrier inizia a realizzare «un’opera che desiderava da molti anni»: una scuola per la formazione dei sacerdoti. Mettere i seminaristi a contatto con i bambini del Prado è per lui il modo migliore per formare sacerdoti poveri per l’evangelizzazione dei poveri. Nel corso dell’anno, uno scambio di lettere con l’abate Gourdon gli fa pensare che quest’ultimo potrebbe unirsi a lui. Alla fine di gennaio del 1866, padre Chevrier si rende conto che l’arcivescovado non concederà l’autorizzazione richiesta. A maggio acquista una casa e un terreno situati dall’altra parte della strada, di fronte al Prado. Le suore vi si stabiliscono con le ragazze della prima comunione. Il Prado può così accogliere i seminaristi. Padre Chevrier dedica molto tempo alla loro formazione. Scrive per loro un libro che lascerà incompiuto: Il sacerdote secondo il Vangelo o Il vero discepolo di Nostro Signore Gesù Cristo. In questo rimane fedele alla grazia del Natale del 1856, «quando ricevette illuminazioni del tutto particolari sulla povertà di Nostro Signore e sulla sua vocazione speciale di formare sacerdoti poveri». Si dedica a questa formazione pur continuando l’opera della prima comunione e assumendo, dal 1867 al 1871, la cura della parrocchia del Moulin à Vent, impegnandosi così a realizzare «l’opera delle parrocchie povere». Con il consenso del suo arcivescovo, trascorrerà anche diversi mesi a Roma per completare la formazione dei primi diaconi.
Nel 1878, padre Chevrier vive la dura prova di vedere crollare l’opera a cui teneva di più. I primi quattro sacerdoti da lui formati vogliono andarsene: uno alla Trappa, un altro alla Grande Chartreuse, un altro ancora come missionario in Cina… Scrive allora a padre Jaricot una lettera dolorosa: «Proverei un certo dolore nel vedere il Prado deserto e senza bambini, quando, per diciotto anni, è stato teatro di tante fatiche, di tanto lavoro e di tante conversioni… Avrò la consolazione di aver formato trappisti, certosini e missionari, anche se non sono riuscito a formare catechisti; sebbene, mi sembra, questa debba essere oggi l’esigenza dell’epoca e della Chiesa».
La lettera è firmata: «Il tuo fratello in Gesù Cristo abbandonato sulla croce». Qualche mese dopo, si ammala gravemente e deve interrompere ogni attività. Curato a Limonest, il 29 settembre viene trasferito, su sua richiesta, al Prado, dove morirà il 2 ottobre 1879.
«Sacerdos Alter Christus»
Questo tema ricorre spesso negli scritti di Padre Chevrier. Ad esempio, in una lettera indirizzata all’abate Gourdon: «Il sacerdote è un altro Gesù Cristo, è davvero bello. Pregate affinché io lo diventi veramente. Sento di essere così lontano da questo splendido modello che a volte mi scoraggio, così lontano dalla sua povertà, così lontano dalla sua morte, così lontano dalla sua carità. Pregate e preghiamo insieme affinché possiamo diventare conformi al nostro splendido modello». Lo ritroviamo in uno dei suoi ultimi testi: «Il nostro motto particolare è «Sacerdos Alter Christus». Imitare Gesù Cristo, conformarci a lui, seguirlo il più da vicino possibile: ecco il nostro desiderio e il grande scopo della nostra vita». Ha trovato la formula nei santi Padri, dice. È più probabile che si trovi nella letteratura dell’epoca. L’importante non è questo. Padre Chevrier pensa semplicemente che l’ordinazione sacerdotale abbia deposto in lui un dono gratuito di Dio, una grazia da far fruttificare. Per questo deve «conoscere, amare e seguire Gesù Cristo». Conoscerlo studiando il Vangelo, poiché esso è stato scritto affinché noi oggi percorriamo il cammino che gli apostoli hanno compiuto con Lui. Conoscerlo ci porta ad amarlo di più e ci invita a conformare la nostra vita alla sua, quindi a seguirlo nella missione che ha ricevuto dal Padre suo. Per lui, questa formula non è una definizione teologica astratta, ma un motto per guidare la sua vita, un percorso da realizzare giorno dopo giorno.
«Conoscere Gesù Cristo è tutto. Il resto non è nulla. Chi ha trovato Gesù Cristo ha trovato il tesoro più grande. Ha trovato la saggezza, la luce, la vita, la pace, la gioia, la felicità sulla terra e in cielo, il fondamento solido su cui può edificare». Partendo da questa conoscenza unica, Antoine Chevrier, da vero educatore della fede, è l’artefice di una pedagogia spirituale e pastorale che mette «l’interiorità al primo posto»: «È lo Spirito Santo che produce in noi Gesù Cristo». «Non siamo forse qui per questo e solo per questo: conoscere Gesù e suo Padre e farlo conoscere agli altri? Ci lavoro con gioia e felicità. Saper parlare di Dio e farlo conoscere ai poveri e agli ignoranti, ecco la nostra vita e il nostro amore».
Sulle pareti di un’antica stalla, dove ancora oggi si trova una mangiatoia per gli animali, padre Chevrier ebbe l’idea di dipingere, insieme a dodici giovani che aspiravano al sacerdozio, un quadro che gli abitanti di Prado hanno preso l’abitudine di chiamare il Quadro di Saint-Fons: il Presepe, il Calvario, il Tabernacolo. La disposizione dei luoghi lo ha portato a collocare il mistero dell’Eucaristia al centro del trittico. L’idea di sintetizzare in questo modo l’ideale evangelico non è una sua invenzione. Ma il commento che ne dà è proprio suo, in particolare la triplice affermazione: «il sacerdote è un uomo spogliato, il sacerdote è un uomo crocifisso, il sacerdote è un uomo mangiato». L’ultima frase ha avuto grande successo. Ma se ne coglie appieno il senso solo a condizione di leggere e vivere bene ciò che lo stesso Padre Chevrier ha vissuto. Come il suo Maestro e Signore. Senza la povertà e la sofferenza, un’attività divorante non potrà mai «diventare buon pane».
Senza altra ragione se non quella di amare gli uomini che Dio ama, fino alla passione di «trasmettere loro la fede» che egli stesso aveva ricevuto, padre Chevrier, a sua volta profondamente segnato dalla santità di Francesco d’Assisi, è rimasto fedele al programma che si era prefissato dopo la notte di Natale del 1856: «Stare con i poveri, vivere con loro, morire con loro». Morì all’età di cinquantatré anni. Gli abitanti della Guillotière chiesero alla prefettura che fosse sepolto nella cappella del Prado. «Trecent’anni di sacerdoti hanno partecipato ai funerali e si è stimato in diecimila il numero delle persone che hanno seguito il corteo funebre. Si è detto anche che cinquantamila persone si fossero radunate lungo il percorso del corteo».
Il Prado da Chevrier ad oggi
L’Associazione dei sacerdoti diocesani del Prado, che per lungo tempo ha avuto sede a Lione, si è sviluppata dopo la seconda guerra mondiale in numerose diocesi di Francia, Spagna, Italia e Medio Oriente, soprattutto sotto l’impulso di mons. Ancel. Oggi è presente in oltre cinquanta paesi. La famiglia si è allargata alle suore e ai laici consacrati, donne e uomini. Anche i diaconi e un numero sempre crescente di fedeli laici, in tutto il mondo, traggono nutrimento da questo messaggio. Padre Chevrier è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II a Lione il 4 ottobre 1986. Il 7 ottobre si è recato in pellegrinaggio sulla sua tomba.
La Cappella, con la sua sobria semplicità, accoglie numerosi pellegrinaggi provenienti dalla Francia, dall’Italia, dalla Spagna e da vari altri paesi.
Roland Letournel
Robert Daviaud
La storia di padre Antoine Chevrier in poche date
Schema tratto e tradotto da una presentazione di padre Luc LALIRE (primo assistente del Prado Generale) rivolta ai laici del Perù (gennaio 2025).